Dietro i vetri

scritto da R. E. Harlow
Scritto 9 giorni fa • Pubblicato 4 ore fa • Revisionato 4 ore fa
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Autore del testo R. E. Harlow

Testo: Dietro i vetri
di R. E. Harlow

Riccardo arrivò in stazione con una valigia più leggera di quanto avrebbe dovuto essere.

Non aveva dimenticato nulla. Non davvero. Il resto delle sue cose era rimasto nella stanza che aveva lasciato quella sera: scatoloni chiusi male, libri impilati contro il muro, una tazza sbeccata nel lavello, due fotografie girate a faccia in giù sul tavolo. Le chiavi le aveva infilate nella cassetta della posta del proprietario, poi era sceso dalle scale senza voltarsi.

A Bologna lo aspettava un contratto nuovo, una camera provvisoria e un lavoro che per ora esisteva soltanto in alcune mail stampate e in una firma messa in fondo a un foglio. Gli avevano detto che gli avrebbe fatto bene cambiare aria. Lo avevano detto tutti con facilità, come se l’aria fosse davvero il problema.

Fuori pioveva da ore.

Una pioggia sottile, insistente, che non puliva nulla. Restava sui vetri, sulle pensiline, sulle rotaie scure, sulle giacche di chi entrava in stazione con le spalle curve e il passo svelto. L’aria odorava di ferro bagnato, cemento freddo e fumo di sigarette spente male vicino all’ingresso.

La sala d’attesa era quasi vuota, ma non silenziosa. Un neon ronzava sopra le sedie di plastica. Il distributore automatico lasciava cadere caffè annacquato dentro bicchieri chiari e sottili. Una donna teneva una bambina addormentata sulle ginocchia e ogni tanto le sistemava il cappuccio sulla fronte. Poco più in là, due ragazzi ridevano davanti allo schermo di un telefono. Ridevano piano, ma la luce blu gli tagliava i volti rendendoli pallidi e distanti.

Riccardo si fermò davanti alla grande vetrata.

Il suo treno era segnato sul tabellone: Bologna Centrale, binario quattro.

Tirò fuori il biglietto dalla tasca interna del cappotto. Si era piegato su un lato. Una linea bianca attraversava il cartoncino. Riccardo la seguì con il pollice, poi alzò gli occhi verso la pioggia.

Le pozzanghere raccoglievano i neon della stazione e li restituivano a pezzi. Ogni luce tremava sull’acqua, si allungava, si rompeva. Riccardo avvicinò la fronte al vetro senza appoggiarla del tutto. Bastò quel poco per sentire il freddo passargli attraverso la pelle.

Sulle dita aveva ancora l’amaro dell’ultima sigaretta. Le portò vicino al viso distrattamente. Tabacco spento, pioggia, ferro. Gli sembrò un odore conosciuto, non legato a un ricordo preciso, ma a una sensazione che gli tornava addosso da anni: quella di essere sempre sul punto di partire e di non riuscire mai ad andare davvero da nessuna parte.

Il telefono vibrò nella tasca.

Riccardo lo lasciò vibrare. Pensò che fosse una notifica qualsiasi, una di quelle cose inutili che il telefono continua a offrirti anche quando non hai più voglia di appartenere a niente. Poi vibrò ancora.

Lo prese.

Marco.

Il nome rimase acceso sullo schermo, fermo e imprevisto.

Per un istante, insieme a Marco, gli tornò addosso anche un altro nome.

Elena.

Lo scacciò prima ancora di capirlo.

Non lo sentiva da tre settimane. Non dopo la cena da Davide, non dopo Chiara seduta dall’altra parte del tavolo con un sorriso piccolo e gli occhi stanchi, non dopo quella domanda buttata lì da Marco davanti a tutti, con il tono leggero di chi vuole scherzare ma in realtà sta cercando qualcuno che lo assolva.

«Secondo te sto esagerando?»

Riccardo aveva guardato lui, poi Chiara. Lei teneva il bicchiere tra le dita, troppo stretto. Aveva le nocche chiare.

«No» aveva risposto. «Stai solo sperando che lei si abitui a soffrire in silenzio.»

A tavola era calato un silenzio educato. Nessuno aveva alzato la voce. Nessuno si era arrabbiato apertamente. Davide aveva cambiato discorso, qualcuno aveva sorriso, Marco aveva abbassato gli occhi sul piatto.

Da quella sera, le chiamate si erano fermate.

Riccardo rispose.

«Sei già partito?» chiese Marco.

La voce era bassa, impastata. Non ubriaca del tutto, ma abbastanza da sembrare più fragile del solito.

«No. Sono in stazione.»

Dall’altra parte si sentì un fruscio. Forse traffico. Forse vento. Forse Marco che camminava avanti e indietro da qualche parte.

«Com’è?»

Riccardo guardò la pioggia scivolare lenta davanti a lui.

«Bagnata.»

Marco rise appena. Una risata breve, quasi vera. Per un momento sembrò quello di anni prima, quello delle notti in macchina senza benzina, delle sigarette fumate sotto i balconi, delle frasi dette a metà perché l’altra metà si capiva lo stesso.

Il distributore alle sue spalle iniziò a vibrare. Un bicchiere cadde storto, poi il caffè scese con un rumore acquoso. Un uomo lo prese, ci soffiò sopra e fece una smorfia dopo il primo sorso.

Quel caffè aveva lo stesso odore caldo e cattivo di quello che Marco gli aveva messo tra le mani due anni prima, nel bar davanti all’ospedale, dopo il funerale di sua madre. Riccardo ricordava la luce bianca sui tavoli appiccicosi, il bicchiere bollente tra le dita, il cappotto ancora addosso perché non riusciva a toglierselo. Marco non gli aveva chiesto come stava. Aveva parlato di calcio, di una multa, di un vicino che parcheggiava sempre male.

Cose inutili.

Per quella notte erano bastate.

«Ti ricordi il bar davanti all’ospedale?» chiese Marco.

Riccardo strinse appena il telefono.

«Sì.»

«Che schifo quel caffè.»

«Sì.»

«Però ci siamo stati fino alle sei.»

Riccardo guardò l’uomo col bicchiere del distributore. Aveva ancora la smorfia sulla bocca.

«Marco.»

Dall’altra parte arrivò un respiro più lento.

«Ho bisogno di un favore.»

Riccardo chiuse gli occhi per un istante. Quando li riaprì, vide il proprio riflesso sulla vetrata: la barba non fatta, il cappotto scuro, la valigia accanto alle gambe. Sembrava già un uomo di passaggio.

«Che favore?»

Marco esitò.

«Se Chiara ti scrive… dille che ieri sera ero con te.»

La stazione non cambiò. Il neon continuò a ronzare. I ragazzi vicino al distributore continuarono a ridere davanti al telefono. La donna continuò ad accarezzare i capelli della bambina. Eppure qualcosa, dentro Riccardo, si spostò di un millimetro, quel tanto che basta perché una cosa familiare diventi improvvisamente estranea.

«Non eri con me.»

«Lo so.»

«Allora perché dovrei dirlo?»

«Perché mi serve, Ric.»

Lo chiamava così solo quando voleva avvicinarsi. O quando aveva paura.

Riccardo abbassò gli occhi sul biglietto.

«Che hai fatto?»

Marco non rispose subito.

«Niente di che.»

«Se fosse niente, non chiameresti me.»

«Ho visto una persona.»

«Una persona.»

«Non fare così.»

«Chiara lo sa?»

«Sospetta.»

«E vuoi usare me.»

Il silenzio che seguì fu corto, ma duro.

«Voglio evitare un casino» disse Marco.

Riccardo guardò fuori. Sotto la pensilina, un uomo scuoteva l’ombrello prima di chiuderlo. L’acqua cadde sul cemento in gocce grosse, pesanti.

«Puoi dirle che non lo sai» continuò Marco. «Oppure che eravamo insieme. Non devi inventarti chissà cosa. Una frase e basta.»

«Non è una frase.»

«Sì che lo è.»

«È una bugia.»

Marco sbuffò piano.

Quel suono fece più male di quanto avrebbe dovuto. Era il suono di chi si era già stancato della tua coscienza prima ancora di ascoltarla.

«Sempre così.»

«Così come?»

«Come se dire la verità ti mettesse automaticamente dalla parte giusta.»

Riccardo non rispose.

La bambina, sulle ginocchia della madre, si mosse nel sonno. La donna le sistemò il cappuccio e le baciò piano i capelli. Riccardo si passò una mano sulla barba, sentendo il ruvido sotto le dita e il freddo ancora fermo sulla pelle.

Fuori, un treno fermo su un altro binario emise un soffio lungo. Le porte si chiusero una dopo l’altra. Alcune persone affrettarono il passo sotto la pioggia.

«Non ti sto giudicando» disse Riccardo.

Marco rise, ma non c’era niente di allegro.

«Tu fai sempre così» continuò. «Ti metti un passo indietro. Guardi, capisci tutto, poi dici la frase giusta e lasci gli altri lì, con il casino addosso.»

Riccardo non rispose.

La frase arrivò più piano delle altre, e per questo fece più male.

Riccardo guardò il proprio riflesso. La luce della sala d’attesa gli stava addosso male, tagliata dalla pioggia, dai movimenti delle persone dietro di lui, dallo schermo del telefono che aveva in mano.

«Io non so fare finta» disse.

«No, Ric. Tu non vuoi.»

Marco parlava più piano, adesso. La rabbia si era abbassata e sotto si vedeva paura.

«La perdo.»

Riccardo si passò una mano sul viso. La pelle era fredda, la barba ruvida.

«Allora dille la verità.»

«Non tutti riescono a vivere così.»

«Così come?»

«Da soli.»

La parola rimase tra loro.

Riccardo la conosceva bene. Aveva il sapore delle cene a cui non veniva più invitato, dei messaggi letti e lasciati lì, delle stanze in affitto dove il frigorifero faceva più rumore delle persone. Aveva il rumore delle chiavi quando torni a casa e nessuno, dall’altra parte della porta, sa che stai arrivando.

«Io non voglio perderla» disse Marco.

«E allora non farle questo.»

«Vedi? È questo che intendo.»

«Cosa?»

«Parli come se fosse facile.»

Riccardo tacque.

Marco respirò forte, poi disse:

«Ti sto chiedendo di aiutarmi. Una volta sola. Dopo tutto quello che c’è stato.»

Dopo tutto quello che c’è stato.

E c’era stato molto. Riccardo non poteva cancellarlo solo perché adesso faceva male. C’era stato Marco che gli aveva prestato soldi quando lui non riusciva a pagare l’affitto. Marco che gli aveva portato una camicia pulita prima di un colloquio. Marco che aveva dormito su una sedia d’ospedale con le gambe piegate male, solo perché Riccardo non voleva stare da solo in corridoio.

Ma c’erano stati anche gli altri giorni. Quelli in cui era sempre Riccardo a scrivere per primo, a proporre una pizza, una birra, una domenica qualsiasi pur di tenere insieme la compagnia. Accompagnava a casa chi aveva bevuto troppo, sistemava un computer rotto, si metteva in mezzo prima che due amici smettessero di parlarsi per mesi.

Quando aveva avuto bisogno lui, invece, erano arrivate frasi leggere: «Dai, ci vediamo presto.» «Devi uscire di più.» «Noi stasera facciamo una cosa tranquilla, ci becchiamo la prossima.»

Poi, appena smetteva di cercarli, tornavano tutti. Per qualche sera il gruppo sembrava vivo. Le sedie si riempivano, le voci si accavallavano, qualcuno gli batteva una mano sulla spalla come se nulla fosse mai mancato.

Poi ciascuno riprendeva il proprio posto. Gli altri nelle loro vite, lui in quella zona incerta dove si resta abbastanza vicini da essere chiamati e abbastanza lontani da non essere scelti davvero.

Riccardo strinse il telefono. La plastica gli scivolò appena nel palmo umido.

«Ric?»

Una voce metallica annunciò qualcosa dagli altoparlanti. Il nome di Bologna arrivò deformato, mescolato al brusio della sala, alla pioggia, al rumore dei trolley sul pavimento.

Riccardo chiuse gli occhi.

Poteva farlo.

Una frase sola.

“Sì, era con me.”

Chiara forse avrebbe finto di crederci. Marco forse avrebbe continuato a chiamarlo. Magari, tra qualche mese, si sarebbero rivisti in un bar e avrebbero parlato d’altro. La bugia sarebbe rimasta sotto il tavolo, zitta, addestrata.

Bastava poco.

E proprio quel poco gli faceva paura.

Riccardo aprì gli occhi.

Nel riflesso vide se stesso e, dietro, i ragazzi che guardavano la foto appena scattata. Uno dei due cancellò l’immagine e ne fece un’altra. Stavolta sorrisero meglio.

«No» disse.

Dall’altra parte non arrivò nulla.

«No cosa?»

«Non ti copro.»

Il silenzio durò abbastanza da far sembrare più grande la sala d’attesa.

«Ma vaffanculo» disse Marco.

Riccardo rimase fermo.

«Davvero, vaffanculo.»

La voce di Marco tremava. Rabbia, paura, vergogna: tutto si mescolava e usciva storto.

«Tu non sei sincero, Ric. Ti racconti questa cosa perché ti fa sentire pulito. Ma certe volte sembra solo che tu abbia paura di sporcarti con gli altri.»

Riccardo sentì la gola stringersi.

«Io non mi sento pulito.»

Marco rimase zitto per un secondo.

«Ah no?»

«No.»

«Elena non conta?»

Il nome gli arrivò addosso senza preavviso.

Riccardo abbassò lo sguardo sul pavimento lucido della stazione. Lei non stava più con Andrea da quasi un anno, quando era successo. In mezzo c’erano state altre storie, altri inizi finiti male. Non aveva tradito nessuno. Non tecnicamente.

Eppure ricordava ancora la faccia di Andrea quando l’aveva saputo. Non rabbia piena. Peggio. Una specie di delusione muta, trattenuta per orgoglio.

«Non è la stessa cosa» disse Riccardo.

Marco rise piano.

«Certo che no. Quando si tratta di te, non è mai la stessa cosa.»

Riccardo rimase in silenzio.

Avrebbe potuto difendersi. Tutto vero. Tutto insufficiente.

«Può darsi» disse infine.

Marco respirò forte.

«Goditi il treno.»

La chiamata si chiuse.

Riccardo restò con il telefono vicino all’orecchio ancora qualche secondo, come se il corpo non avesse capito subito che dall’altra parte non c’era più nessuno. Poi lo abbassò.

Lo schermo diventò nero.

Nel vetro, il suo riflesso stringeva un rettangolo spento.

Poco dopo arrivò un messaggio.

Marco: Non chiamarmi più.

Riccardo lo lesse una volta sola.

Gli venne voglia di rispondere. Non per difendersi, non per ferire. Solo per lasciare qualcosa, una frase qualsiasi, una mano tesa anche male. Ma non trovò parole che non suonassero inutili.

Rimise il telefono in tasca.

La sala d’attesa sembrava più grande di prima. Prese la valigia e si avviò verso il binario quattro. Le ruote sobbalzarono sulle fughe del pavimento, producendo un rumore secco, troppo netto nel brusio della stazione.

Passò accanto alla donna con la bambina, all’uomo in giacca elegante, ai ragazzi con il telefono. Nessuno lo guardò. Nessuno sapeva che pochi secondi prima aveva perso qualcosa che, forse, era già fragile da tempo.

Riccardo attraversò le porte automatiche senza voltarsi.

Fuori, l’aria era più fredda. La pioggia arrivava di lato, sottile, quasi invisibile sotto le luci della pensilina. Il treno aspettava con le porte aperte e l’interno caldo, giallastro, stanco.

Riccardo salì e trovò posto vicino al finestrino.

Il vagone era quasi vuoto. Sistemò la valigia sul sedile accanto, non perché ce ne fosse bisogno, ma perché quella notte non aveva voglia di fare spazio a nessuno.

Si sedette.

Il vetro era freddo contro la tempia.

Fuori, la stazione sembrava già lontana anche se il treno non si era ancora mosso. Le persone sulla banchina avevano l’aria provvisoria di chi è di passaggio, e forse era questo che gli faceva male: tutti, in una stazione, sembrano appartenere almeno alla propria partenza.

Pensò a Chiara.

Non a lungo. Solo al suo viso quella sera a cena, agli occhi abbassati sul bicchiere, al modo in cui aveva sorriso quando lui aveva parlato. Non era stato un sorriso grato. Era stato più piccolo. Come se per un attimo avesse smesso di reggere qualcosa.

Poi pensò a Marco.

Al caffè cattivo.

Alla sedia nel corridoio.

Alle sei del mattino.

E a Elena.

Non come una colpa intera. Non come un’assoluzione.

Come una cosa rimasta in mezzo.

Il treno si mosse piano.

La banchina cominciò ad arretrare. Prima lentamente, poi con più decisione. La sala d’attesa scivolò via dietro i vetri bagnati, con le sedie vuote, il neon che ronzava, i telefoni accesi, le piccole solitudini ferme sotto la luce.

Riccardo guardò il proprio riflesso nel finestrino.

Non c’era niente di pulito, in quel volto. Solo qualcosa che aveva resistito.

Il treno prese velocità.

Le luci della stazione si allungarono in righe sottili, poi si spezzarono nella pioggia. Il buio prese il loro posto, largo e silenzioso.

Riccardo rimase a guardare il vetro.

Quella notte non aveva detto sì.

Restò lì, con la pioggia che correva accanto al treno e il proprio riflesso seduto di fronte.

Intero abbastanza da partire.

Dietro i vetri testo di R. E. Harlow
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